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RAGUSA ARTE
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I LUOGHI DI MONTALBANO
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II Castello di Donnafugata dista da Ragusa circa 20 Km. ed è raggiungibile, mediante la provinciale, procedendo in direzione di Santa Croce Camerina e deviando a destra al bivio per la stazione ferroviaria di Donnafugata. II castello, immerso fra i carrubi e circondato da un immenso parco, costituisce una delle mete turistiche più suggestive della provincia. Acquistato nel 1982 dall'Amministrazione Comunale di Ragusa, è un raro esempio di costruzione ragusana che risente del gusto ottocentesco tardo romantico. Si presenta come una grande villa residenziale, preceduta da un ampio viale ai cui lati sono posti i magazzini, le stalle e le dimore dei contadini che vivevano alle dipendenze del barone. Su uno dei lati sono stati ricavati i ristoranti II Gattopardo (tel. 0932619313), dove si gustano ottimi cavati "al Gattopardo" gratinati al forno e le focacce tipiche ragusane e II Castello (tel. 0932619260) che prepara piatti tipici per i sempre più numerosi visitatori. La storia di questo castello inizia fra X e XI sec. ad opera degli Arabi che costruirono un piccolo nucleo di abitazioni nelle vicinanze di una fonte di acqua fresca che denominarono Ayn As Jafat (Fonte della Salute). Successivamente, nel dialetto locale, il nome divenne "Ronnafuata" da cui I'attuale "Donnafugata". L'edificio, sottoposto a trasformazioni ed aggiunte fino al 1960, deve il suo aspetto fondamentalmente a Corrado Arezzo de Spuches, barone di Donnafugata e personaggio di primo piano nella vita politica del XIX secolo. La parte più antica di tutto il complesso è sicuramente la massiccia torre quadrata che risale al XVII secolo e che si trova nella parte centrale del corpo di fabbrica. Ma il castello non ha uno stile ben definito tanto che la loggetta in stile goticoveneziano (realizzata agli inizi di questo secolo da Clara Lestrade) è affiancata dalle loggette di gusto tardo-rinascimentale. La facciata principale, sulla quale vi è una grande terrazza, ha un modesto ingresso. Ai lati dell'edificio si ergono due torrioni circolari con strette scalette di accesso. La terrazza conduce alla grande torre e, attraverso un'ampia e sontuosa scalinata, al parco. Nella parte superiore della scala vi sono due grandi sfingi, in quella inferiore due leoni. AI centro della facciata, tra la loggetta in stile gotico-veneziano e la terrazza, sono incastonati cinque stemmi di case nobiliari fra i quali quello degli Arezzo recante quattro ricci (i rizzi). Sotto la loggetta si aprono porte a sesto acuto, arricchite da figure femminili alternate a sculture che ricordano motivi del bestiario romanico. Oltre il portone d'ingresso, sulla sinistra si trovano dei magazzini e sulla destra una cappella (da pochi anni sede della parrocchia di Sant'Antonio Abate). II semplice ambiente della cappella, con le volte a botte e la luce soffusa, crea un senso di mistica serenità. Nel vasto cortile si aprono quattro archi di ingresso, un gran numero di porte, balconi e finestre. All'ingresso iniziano le rampe di scale in pietra pece adornate da panche, vasi e statue. Le stanze del castello sono 122 ma le più interessanti per gli arredi sono quelle del primo piano. La visita guidata inizia dal grande salone degli stemmi o delle armature alle cui pareti la carta da parati reca dipinti gli stemmi nobiliari delle più importanti famiglie siciliane. Ai lati della porta d'ingresso sono poste due armature del XVII secolo; I'arredamento è completato da mobili intagliati, cassapanche con fregi gentilizi, quadri e piccoli divani. Prima di iniziare la lunga serie di corridoi che conducono alle altre stanze, sulla destra si apre un balcone d'inverno, chiuso da vetrate che danno sul parco. La stanza successiva è il salottino del barone che contiene una grande specchiera con cornice dorata, vari mobili e alcuni ritratti di famiglia.
Si accede, quindi, al salone degli specchi le cui pareti sono rivestite da 17 specchi e stucchi dorati che rendono più sfarzoso e suggestivo questo ambiente di rappresentanza. L'arredamento, anche se non in ottimo stato di conservazione, da un'idea di come doveva essere una casa signorile dell'epoca. II corridoio termina nella sala del biliardo dove si conserva ancora il tavolo al centro della stanza. La sala è arricchita da carte da parati con paesaggi siciliani e graziosi tendaggi dagli effetti scenografici. In particolare, sul soffitto, si può immaginare una finestra aperta nel cielo. Questa sala introduce agli appartamenti del Vescovo, che comprendono un'anticamera e I'appartamento vero e proprio, dove il vescovo veniva spesso ospitato. Un tempo, le sale erano ricche di mobili intagliati e intarsiati in stile Boulle, fra i più preziosi di tutto il castello. Ritornati nella sala del biliardo, si accede alla pinacoteca, un piccolo ambiente dove sono esposti alcuni quadri in stile neoclassico, attribuiti a Luca Giordano, che rappresentano scene mitologiche e sacre. Da questa stanza inizia una serie di cinque ambienti riservati un tempo agli ospiti, con camere da letto e un salottino di disimpegno. Risulta di notevole effetto scenografico osservare la fuga delle camere quando le porte allineate sono tutte aperte. I tendaggi e la luce che entra dalle finestre e si diffonde come una lama negli ambienti e sui pavimenti in pietra pece rendono la visione ancora più suggestiva. Proseguendo si giunge alla stanza della musica, cosi detta perchè vi sono conservati tre pianoforti meccanici a cilindro rotante e un pianoforte verticale. La grande sala è una delle più belle di tutto il castello, ricca di divani e poltrone disposti a gruppi per la conversazione e I'ascolto della musica. Questa è I'unica sala ad avere le pareti affrescate. Tra una colonna e I'altra sono raffigurati paesaggi, che danno la sensazione di trovarsi davanti a grandi finestre, che culminano in alto in una bellissima cornice. Da questa sala si passa in un piccolo appartamentino nel quale, secondo una credenza popolare, fu rinchiusa la regina Bianca di Navarra, dopo essere stata rapita dal conte Bernardo Cabrera. In una romantica alcova, nascosta da una grande tenda, oltre a pochi mobili si trovano un lettino e una stanza da bagno con una vasca e uno scaldacqua a legna dell'800. Superata la sala della musica, si accede al salotto delle signore, utilizzato per le conversazioni. La sala presenta, oltre alla solita carta da parati e alle belle tende, due grandi specchiere, un caminetto e un mobiletto intarsiato di notevole fattura. AI centro vi è uno dei lampadari più preziosi di tutta la residenza, interamente realizzato in vetro di Murano policromo, che ben si intona all'arredamento e all'ambiente prettamente femminile. Successivamente si apre il salotto dei fumatori, stanza riservata agli uomini per conversare e fumare. La tappezzeria e la carta da parati riproducono una serie di pipe e un contenitore di sigari. L'ultimo ambiente è la sala di attesa, vasta e arredata con pochi mobili. L'arredamento è costituito da una grande specchiera con consolle in stile neoclassico con comici dipinte in oro e un ricchissimo fregio. Anche i vasi posti sulla consolle sono di buona fattura. Alle pareti vi sono diversi quadri che riproducono il barone Arezzo, Santa Cecilia e un gentiluomo del `700. In questo modo si conclude il giro abituale che le guide fanno compiere ma presso la sala degli stemmi si apre un altro ingresso che immette negli appartamenti in cui dimoravano, fino ad alcuni decenni fa, gli eredi del barone Arezzo. Sono ambienti arredati con mobili dell'inizio del secolo. Anche in questa ala del castello si trovano delle sale per ospiti con tutti i comforts. Molto raccolta e luminosa è la stanza da letto, realizzata in forma ovale ed arredata secondo i canoni dell'epoca. La biblioteca, che contiene oltre 4000 volumi alcuni dei quali di grande valore, purtroppo non è aperta al pubblico. Dopo aver visitato gli ambienti interni, è piacevole fare un giro per I'immenso parco. Gli imponenti ficus offrono, nei caldi mesi estivi, un fresco riparo alla forte calura. Grazie ad una speciale autorizzazione, le foglie di questi ficus potevano essere spedite come cartoline postali. Alla fine del lungo viale di bossi si staglia una costruzione in stile neoclassico, denominata coffehouse, dove il barone al mattino soleva fare colazione. In tutto il parco si trovano lavoratissimi vasi di terracotta di Caltagirone con piante esotiche e, nei luoghi più raccolti e romantici, sedili in pietra la cui sagoma richiama morbidi cuscini. Nella zona centrale del parco sono state ricavate alcune grotte artificiali adornate di stalattiti sospese alla volta. Sopra il piccolo poggio vi è una cupoletta in stile classico e con il firmamento affrescato nella volta. Per lo svago degli ospiti e dei bambini era stato costruito un labirinto al cui ingresso era posto un burbero quanto impotente soldato borbonico con fucile: quasi ad ammonire che dal posto è difficile uscire. Nei pressi del labirinto vi è una piccola cappella dove un tempo, quando si salivano i gradini, si metteva in funzione un congegno che apriva una porta da cui usciva un finto monaco barbuto che veniva incontro allo spaventato visitatore: "Uno scherzo da frate".
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Storia Sicilia
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Agrigento PORTO EMPEDOCLE Porto Empedocle è un piccolo paese molto accogliente e con tanti bei posti da visitare: la torre Carlo V, il porto, il lido azzurro, la Via Roma. La Torre Carlo V è un monumento molto antico, all’inizio era un centro di avvistamento delle navi nemiche, dopo divenne un carcere dove venivano rinchiusi i prigionieri di guerra. Negli anni 60’ venne utilizzato come teatro, ma fu presto chiuso perché diventò inagibile. Il porto si trova a due passi dalla Torre Carlo V, ed è il punto di transito delle navi e dei pescherecci. Esso in passato era semplicemente chiamato “il molo di girgenti” ed era uno dei porti più importanti della Sicilia per il commercio dello zolfo. Ora invece è importante per il trasporto del sale che viene spesso inviato al nord per sciogliere la neve. Il lido Azzurro è il punto più bello di Porto Empedocle, soprattutto nel periodo estivo, perché è situato vicino al mare ed è caratterizzato da una vasta spiaggia sabbiosa ove sono collocati dei chioschi e dei ristoranti con i menù tipici a base di pesce della casa. Possiede anche un parco giochi per il divertimento dei bambini, ed un immenso spiazzale dove vengono organizzate delle feste e delle sfilate. La Via Roma, infine, è la piazza del paese e, al contrario del lido Azzurro, è molto frequentato nel periodo invernale. Alla fine della via si trova la statua di Luigi Pirandello il più importante drammaturgo italiano del Novecento che non lontano da Porto Emedocle nacque e visse gran parte della propria esistenza. E, rimanendo in campo letterario, va ricordato che Porto Empedocle è la celebre “Vigata” del commissario Montalbano. Lo scrittore Andrea Camilleri, infatti, è originario del posto e vi ha ambientato gran parte dei propri romanzi. Infine a Porto Empedocle esistono quattro splendide chiese che sono: la chiesa Madonna del Carmelo, la chiesa San Giuseppe Lavoratore, la chisa di Santa Croce, la chiesa di Santa Madre. REALMONTE Realmonte piccolo paesino, in provincia di Agrigento è affacciato sulla costa mediterranea e mostra le sue bellezze naturali e artistiche. Presso il lido “Capo Rossello” vi si trova un anfiteatro chiamato “Teatro Casta Bianca “, dove nel periodo estivo vengono allestiti degli spettacoli di altissimo livello e rappresentazioni tipiche siciliane. Un bellissimo panorama può essere ammirato dalla stupenda Scala dei Turchi. Questa è una scogliera bianca a balze che degradano sul mare . Il suo nome deriva dal fatto che i predoni si nascondevano nella Baia, in attesa che si alzasse il vento che li conduceva rapidamente verso Porto Empedocle. Passeggiando lungo la costa realmontina è possibile ammirare, oltre alle limpide acque del mare, “la Torre Saracena” situata su una parete rocciosa. La miniera Realmontina era, è rimane ancora oggi, il centro importante dell’ estrazione del sale. Al suo interno, è possibile vedere una brillante cappella sulle cui pareti e scolpita la statua di S.Barbara protettrice dei minatori. Un piccolo spiraglio di luce illumina la bellissima statua in pietra salina, rendendo il tutto estremamente suggestivo. Enna PALIO DEI NORMANNI Il Palio dei Normanni è una delle più antiche manifestazioni di ambientazione medievale, che si svolge ogni anno il 12, 13 e 14 luglio, per rievocare l'impresa che i Normanni compirono in Sicilia intorno al 1060 quando Ruggero d'Altavilla, detto il Guiscardo, alleato del papa, cacciò i Saraceni e impose il suo regno sulla Sicilia, che gli fu concessa in cambio del successo conseguito. In segno di riconoscimento per la vittoria sui saraceni il papa donò al Guiscardo un drappo con l'effige della Madonna, dipinto, secondo la leggenda, per mano di San Luca. Ruggero affidò ai suoi cittadini il vessillo ricevuto dal Papa, che presto venne ritenuto miracoloso e fatto oggetto di culto popolare. Per questo il Palio dei Normanni si svolge in occasione dei festeggiamenti di S. Maria delle Vittorie patrona della città Il primo giorno una lampada accesa viene portata in corteo dal gran magistrato e viene posta in cattedrale ai piedi del vessillo di Maria Santissima delle Vittorie; segue la benedizione dei cavalieri, finita la quale il corteo fa rientro alle logge di San Pietro. Il secondo giorno viene ricostruito l'ingresso fastoso e trionfale delle truppe in città. In piazza Duomo giunge il corteo composto dalle milizie, dalla cavalleria e dai cavalieri della giostra in rappresentanza dei quartieri della città, dal Conte e dal seguito di paggi e palafrenieri: lì il magistrato consegna le chiavi della città a Ruggero il Guiscardo Il terzo giorno, a campo S. Ippolito si svolge il torneo medievale fra i quartieri: Monte, Canali, Castellina e Casalotto. La giostra consiste in una serie di prove di abilità alle quali partecipano cinque cavalieri per ogni quartiere. Nella prima e nella seconda prova i cavalieri devono colpire lo scudo del saraceno, dapprima con una lancia e poi con una mazza chiodata; nella terza prova devono infilare con la lancia l'anello posto al braccio del saraceno; nella quarta devono colpire con un giavellotto un anello pendente da una forca. In ogni prova i cavalli vengono lanciati al galoppo. Alla gara assistono i personaggi che rappresentano il conte Ruggero e i dignitari cittadini, con i loro sontuosi abiti d'epoca. Al termine delle esibizioni il corteo si dirige in solenne processione lungo le antiche vie di Piazza Armerina. I vincitori custodiranno per un anno il leggendario stendardo raffigurante Maria Santissima delle Vittorie. THE NORMAN PALIO Palio dei normanni" is one of the ancient event dated back to the Middleage, organized every year on 12th, 13th and 14th of August, to remind that, in the year 1060, the Normans, under the direction of Ruggero d'Altavilla, called the"Guiscardo", allied with Pope, drove the Saracens out of Sicily and ruled the island. The Pope gave him as a prize for his victory against the Saracens, a cloth with the image of the Virgin Mary painted on it by Saint Lukas, according to the legend. Ruggero gave this cloth to his citizens who considered it as a miracolous object. Because of this reason the Palio dei Normanni takes place during the day dedicated to S. Maria delle Vittorie, the patron saint of the town. Palio dei Normanni is divided in three parts: first day a procession brings a light in the Cathedral an puts it at the base of the flag of S. Maria delle Vittorie, knights are blessed and finally the procession re-enter the Saint Peter's loggia. Second day represents the entrance in the ancient town of the troops: historical procession marches on parade as far as Piazza Duomo, where magistrate gives the freedom of the city to Ruggero il Guiscardo. The thirth day, the knights belonging to the quarters Monte, Canali, Castellina and Casalotto, give a proof of their skills, contesting the prize with each other. Characters dressed like during the Middleage and representing the Count Ruggero and his courts use to watch this event. The winners will have the right to keep the fabulous flag of S. Maria delle Vittorie for an entire year. Lampedusa Lampedusa è una piccola isola ove è possibile ammirare le meraviglie del mare. I suoi fondali, ricchi di vita e colori sono veri e propri panorami da ammirare. Vi si può trascorrere una piacevole vacanza sulle sue spiagge saline e sabbiose. Una di queste è L’Isola Dei Conigli conosciuta, non solo per le sue bellezze, ma anche per la protezione che il Wwf garantisce alle molte tartarughe Caretta Caretta che la popolano. Il centro più affollato è la Via Roma, con negozi orientali e caratteristici dove e possibile acquistare alcuni dei suoi souvenir. Inoltre è il luogo dove spesso viene trascorsa la maggior parte del tempo. L’inizio della giornata viene vissuto preferibilmente in spiaggia dove rilassarsi in assoluta tranquillità. Lampedusa oltre ad offrire comfort e relax, offre una vasta gamma di alberghi posti nella zona chiamata Guiccia, situata vicino al mare, inoltre offre grandi villaggi turistici con vista sul mare e monolocali di piccole e grandi dimensioni. Per chi lo desidera è possibile visitare la chiesa Della Madonna situata in campagna un luogo dalla pace assoluta che offre un misticismo irripetibile. Infine, è possibile divertirsi scegliendo di ballare nelle piazze di Lampedusa oppure nelle sue piccole ma affollate discoteche. Noto Noto si trova a 32 chilometri da Siracusa, a 165 m. sul livello del mare. Il suo territorio circostante è prevalentemente montuoso o collinare, con piattaforme rocciose che degradano progressivamente verso il mare, dove originano spiagge, porticcioli naturali e incantevoli insenature. Il clima è tipicamente mediterraneo, con inverni miti e piovosi che si alternano ad estati calde ed asciutte, mitigate dalla ventilazione e dalla frescura che non abbandona mai i rilievi circostanti attraversati da numerosi corsi d'acqua torrentizi. Noto è conosciuta nel mondo per lo straordinario impianto barocco, assolutamente omogeneo ed unitario. L'impianto urbanistico della città è impostato su uno schema ortogonale regolare, scandito da assi paralleli tra i quali primeggia il Corso Vittorio Emanuele. La Chiesa di San Francesco, opera di Vincenzo Sinatra, il Monastero delle Benedettine e l'annessa Chiesa di Santa Chiara, a pianta ellittica, opera di Rosario Gagliardi, introducono alla piazza centrale della città, un autentico gioiello barocco sul quale si allarga la scalinata che porta alla scenografica facciata del Duomo. L'interno della Cattedrale è rimasto semidistrutto dopo il terribile crollo della cupola e di parte del tetto della navata centrale, e sta per essere ricostruito. Di fronte al Duomo si trova il Palazzo Ducezio (sede del Municipio), accanto il Palazzo Landolina ed il Palazzo Vescovile, mentre la piazza è chiusa alla fine dall'imponente facciata di San Domenico, ancora del Gagliardi. Da ammirare, per la loro ricchezza e per i preziosismi decorativi, alcuni palazzi nobiliari dalle imponenti facciate. I più belli sono in prossimità del Duomo e ne fanno quasi da cornice. Tra questi Palazzo Sant'Alfano, Palazzo Nicolaci di Villadorata, Palazzo Trigona e Palazzo Astuto. Nella parte alta della città si trova la Chiesa del Crocifisso, altra opera del Gagliardi, al cui interno si ammira la splendida "Madonna della Neve", opera di Francesco Laurana. Per la sua bellezza e la sua unicità Noto è stata dichiarata dall’Unesco “Patrimonio dell'Umanità". Nei dintorni, a 10 km. dalla Noto moderna, si trova Noto antica, centro siculo poi ellenizzato, ricchissimo in epoca romana e ancora fiorente nel medioevo. Vale la pena di fare una passeggiata tra i ruderi, affascinanti perché ormai avvolti nel folto di una vegetazione che li ha inghiottiti quasi del tutto. Notevole importanza riveste inoltre l'area archeologica di Eloro, l'antico centro fondato dai Siracusani nel VII sec. a.C.. Segnaliamo in particolare il santuario extra-urbano dedicato a Demetra, i tratti della cinta muraria dell'impianto urbano e l'area sacra, i resti dell'Agorà e del teatro. I reperti di pregio provenienti da quest'area si trovano nel Museo Civico. Questo museo è aperto dal 1965 ed una volta era allestito nei locali dell'ex Monastero dello SS. Salvatore, conserva materiale archeologico rinvenuto nel territorio circostante e frammenti d'opere, soprattutto scultoree, provenienti dall'antica Noto, interamente distrutta dal terremoto. Negli ultimi anni il turismo in città si è andato via via incrementando sia da parte di quei siciliani che hanno preso a riscoprire le straordinarie bellezze architettoniche e paesaggistiche del territorio isolano, sia da parte di visitatori oltre stretto e oltre confine che ritrovano in Noto la culla del barocco, anzi l'unico vero prototipo di "città barocca". Noto è città d'arte e di cultura, lontana ancora dai grandi flussi del turismo cosiddetto "di massa". Di conseguenza non vi si trova il rumoroso susseguirsi di negozietti di souvenir e chincaglierie, i pub, i fast food e le paninerie, che affollano le altre città turistiche dell'isola: fortunatamente sono ancora pochi anche i locali che portano il barocco nell'insegna, per attirare clienti e avventori. In città si trova qualche discreto ristorante, che offre la interessante cucina del territorio. Per dormire però è meglio dirigersi verso la vicina località balneare di Noto Marina, meglio attrezzata per l'ospitalità. Ma se vi affascineranno veramente la magia delle atmosfere dorate, la straordinaria omogeneità del contesto urbano, il perfetto rapporto tra i pieni dei palazzi e delle chiese ed i vuoti delle piazze e delle strade, l'armonia del linguaggio delle pietre e degli stili architettonici, allora proviamo a suggerirvi qualche indirizzo all'altezza della vostra sensibilità culturale e dell'intrinseca raffinatezza di questi luoghi: è d'obbligo una sosta (anche lunga) presso il Caffè Sicilia, sul corso principale nei pressi del Palazzo Ducezio (quello del municipio). I dolci di Carlo e Corrado Assenza non possono essere raccontati: nel panorama già ricchissimo della produzione dolciaria siciliana di qualità, sono riusciti a creare una filosofia unica, che traspare evidente da ciascuno dei loro prodotti. I gelati al pistacchio, le torte di pere e cioccolato, le confetture, le marmellate di agrumi e i torroni con le mandorle di Avola sono prodotti sontuosi quanto sontuose sono le mensole scolpite del Palazzo Nicolaci o le volute del prospetto di San Domenico. Se poi voleste fare un pasto completo vi consigliamo di frequentare la cucina dello 'zu Corradu alla Trattoria del Carmine (chi scrive non ricorda il nome della via, ma si trova in centro e chiunque ve la saprà indicare): non è un ristorante, ma poco più che una saletta con qualche tavolo e le tovaglie di carta. Non è un locale trendy e non è citato dalle guide agli itinerari cultural-gastronomici ufficiali, e per questo è veramente alternativo, oltre che di sicura qualità. Provate le lasagne fatte in casa con il sugo di porco (non maiale) e la ricotta e poi fatevi consigliare per il resto dal burbero proprietario; e non azzardatevi a chiedere vini imbottigliati. LA STORIA Il primo insediamento risale all'epoca preistorica come testimoniano le numerose necropoli esistenti sulla collina dell'Alveria. Secondo una leggenda la città fu governata dal principe Ducezio che, con i Siculi, si ribellò alla politica espansionistica di Siracusa. Durante il dominio greco nel II secolo a.C. Noto conobbe un fiorente periodo produttivo, mentre sotto i romani gli sforzi principali furono destinati ad una energica opposizione contro le depredazioni di Verre. Con la conquista araba dell'anno 866, Noto raggiunse una notevole importanza per la Sicilia tanto da essere nominata capoluogo di una delle tre circoscrizioni in cui era divisa l'isola. Il processo di sviluppo continuò per tutto il XV e XVI secolo, fino a quando il terremoto del gennaio 1693 rase al suolo la città che fu poi ricostruita su un'altra altura chiamata collina delle Meti, situata più vicina alla costa. La ricostruzione avvenne durante tutto il XVIII secolo per opera di numerosi architetti che realizzarono un capolavoro urbanistico dall'inconfondibile stile barocco, di altissima qualità e unico per estensione ed omogeneità. Nel 1865 la città perse la funzione di capoluogo e lentamente anche il ruolo di protagonista in campo politico ed economico rispetto all'isola, rimanendo in ogni caso un centro di notevole interesse per il suo patrimonio architettonico-artistico, di cui tuttora, seppure sfregiato dall'ingiuria del tempo, si può godere la bellezza. Sicilia La Sicilia è un magico triangolo nel blu del mare. Una terra visitata da Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni nella quale tutti hanno lasciato piccoli o grandi frammenti della loro cultura. Ancora oggi si possono ammirare i templi greci, i mosaici romani, gli splendidi edifici arabo-normanni, o assaporare l'atmosfera arabeggiante che pervade i mercati rionali. In particolare il barocco siciliano dona lo scenario ideale alla religiosità isolana offrendo emblemi, mascheroni e cupole. La Chiesa, infatti, ha influenzato tale religiosità offrendo la propria storia e dimostrando di saper inglobare riti ed usanze pagani, miti, leggende antecedenti il Cristianesimo e sapendo eliminare almeno gli aspetti più deleteri di queste usanze. |
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Arte e Storia
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Arte e Storia Isole Eolie
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Il castello di Lipari e il Museo A Lipari, la rocca nota come il Castello, è un imponente cupola di lava vulcanica che si protende nel mare innalzandosi fino ad un'altezza di circa cinquanta metri. Formatosi meno di 40000 anni fa, il Castello sorge al centro di un'ampia baia sulla costa orientale di Lipari, tra le due insenature di Marina Lunga a Nord, delimitata dal Monte Rosa, e Marina Corta a Sud, ancora oggi i migliori approdi dell'isola. La rocca è circondata tutto intorno da alte balze verticali, inaccessibili, e presenta alla sommità una superficie abbastanza pianeggiante. Grazie alla sua conformazione, essa ha da sempre costituito una vera e propria fortezza naturale, offrendo fin dall'antichità una sede sicura agli abitanti che vi si stabilivano quando vi era necessità di difendersi dal pericolo di incursioni nemiche; nei periodi di tranquillità, l'abitato si è esteso anche nella piana sottostante, ovvero nell'area della città attuale. Così, con alterne vicende, il Castello di Lipari è stato abitato a partire dall'età neolitica (circa 6000 anni fa) fino al nostro secolo. Le testimonianze degli insediamenti di ogni età si sono sovrapposte man mano a quelle dei periodi precedenti creando un notevole innalzamento del terreno. Gli scavi archeologici, condotti da Luigi Bernabò Brea e da Madeleine Cavalier a partire dagli anni '50, hanno infatti portato alla luce una successione di strati alta più di 10 metri dovuta alla sovrapposizione dei resti degli abitati che si sono succeduti, resti ben conservati anche grazie all'accumulo delle polveri emesse dai vulcani vicini e trasportate dal vento. All'interno del Parco Archeologico sono visibili i resti delle capanne dell'età del Bronzo, su quattro livelli sovrapposti, e quelli delle strutture di età greca e romana (il bothros di Eolo datato all'età della fondazione greca di Lipari nel 580 a.C. e i resti dell'impianto urbano del II sec.a.C.). Oggi il Castello rappresenta il centro della vita culturale delle Isole Eolie, animato dalla presenza giornaliera di molti visitatori che possono ripercorrere le tappe della storia delle isole attraverso la visione degli scavi archeologici, dei padiglioni del Museo Archeologico, delle chiese principali (XVI-XVIII secolo), tra cui la cattedrale dedicata a San Bartolomeo con l'annesso chiostro di fondazione normanna (XII secolo), e delle mura di fortificazione. Le mura che oggi cingono il Castello furono fatte costruire da Carlo V verso il 1560, dopo la distruzione della città operata dal pirata tunisino Kairedin Barbarossa nel 1544. Sul lato Nord, proprio dove si trova l'accesso alla rocca, le mura hanno inglobato una torre di età normanna. In questa, a sua volta, si trova inserita una torre di età greca (IV secolo a.C.), coeva all'ampia cinta muraria costruita in blocchi squadrati di pietra locale, oggi visibile all'interno del parco archeologico della Contrada Diana, nell'area sottostante il Castello.    
Il Museo, fondato negli anni 50 con l avvio degli scavi archeologici, è andato via via ampliandosi con il progredire delle ricerche e con il graduale recupero degli edifici di età medievale e moderna. Oggi il Museo risulta costituito da cinque padiglioni: la sezione di archeologia preistorica, la sezione delle isole minori, la sezione di archeologia classica, il padiglione epigrafico, la sezione di vulcanologia e la sezione di biogeografia. La Sezione di Archeologia preistorica (1) e quella delle isole minori (3), a Sud della cattedrale di San Bartolomeo, documentano l evoluzione delle culture succedutesi nelle isole Eolie dall età neolitica alla tarda età del bronzo. La Sezione di Archeologia classica (4), a Nord della cattedrale, ricostruisce il quadro storico culturale della città greca e romana, soprattutto attraverso la ricca documentazione proveniente dai corredi funerari della necropoli di contrada Diana. Il Padiglione epigrafico (2), dietro la sezione di archeologia preistorica, conserva i numerosi cippi e stelai funerari iscritti di età greca e romana rinvenuti nella necropoli. La Sezione di Vulcanologia (5) è allestita all interno di un edificio del XVI secolo. Questa sezione illustra i caratteri geomorfologici delle Isole Eolie, interamente di formazione vulcanica attraverso la visione di plastici, carte e fotografie e l'esposizione di campioni delle rocce vulcaniche locali. La sezione si divide su tre piani: settore uomo-ambiente, vulcanologia generale, vulcanologia delle isole Eolie. È in allestimento la Sezione dedicata alla Paleontologia del Quaternario (6), alla Biogeografia insulare generale ed alla Biogeografia eoliana. Le sale del Museo Archeologico Eoliano sono fornite di apposite didascalie che guidano il percorso di visita: le didascalie rosse riportano le notizie essenziali sui materiali esposti, quelle nere forniscono descrizioni più ampie e dettagliate. 


B. Cattedrale di San Bartolomeo C. Chiesa di SS. Maria delle Grazie E. Chiesa dell'Immacolata F. Chiesa dell'Addolorata G. Chiesa di Santa Caterina H. Chiostro del Monastero Normanno 
VULCANO (Surface area: 21 km2) The special feature of Vulcano is a plateau- the largest in the Aeolian islands – that is made of lava, tufa banks and Quaternary deposits and scarred by deep rifts. It is surrounded by bare hills that roll down to the sea. The highest slopes of the island are picturesquely wild in appearance, its magma masses alternating with stretches of tufa and sand. A tour around the island offers a succession of sights that are renowed for their scenic variety and beauty. The island of Vulcano is composed of three distinct morphological units: the first, to the south, comprises numerous volcanic strata - Monte Aria (500 m.), Monte Saraceno (481 m.) and Monte Luccia (188 m.) – and the large horse-shoe shaped depression to the North-West, Vulcano Piano (330 m.) . The second lies at the centre of the island and is composed of the Caldera di Vulcano, the central part of which forms the crater of Vulcano Fossa. This is strongly marked by deep rifts and has two craters called Fossa I and Fossa II, 400 metres to the South- West: this has a diameter of about 500 metres and a depth of 200 metres and its recorded eruptions have involved explosions and abundant lava eruptions. One of these lava flows, the famous Pietre Cotte obsidian flow, stretches along the north-western side close to the two craters of upper and lower Forgia vecchia. The third morphological unit is composed of Vulcanello (123 m.) and its three craters, which run from North-East to South-West. The numerous lava flows from this small volcano have formed the Vulcanello and Punta del Roveto platform. Vulcanello is joined to Vulcano by a thin isthmus that emerges about a metre above the sea surface but is submerged during very bad weather conditions. The Fossa crater has erupted violently though at fairly long intervals since ancient times: first mention is made of it by Thucydides towards the end of the fifth century BC. In the second half of the fourth century BC the volcano was apparently subject to intense explosive activity and, in the following centuries, several eruptions were recorded. Explosive eruptions occurred in 43 BC and in the years 1444, 1550, 1626, 1727, 1739, 1771-1786, 1812-1831, 1873-1879 and 1886-1890. In 1771 volcano was remarkably active and this is when the rhyolitic obsidian flow called Pietre Cotte dates from: it can be seen on the north-western side of the island. The most recent period of activity began on 3 August 1888 and ceased on 22 March 1890. During this phase, sizeable masses of old and recent matter erupted and the volcano belched out objects that were nicknamed “breadcrust bombs”. Since that time, Vulcano has remained in a fumarole phase restricted to the fossa cone and the interior of its crater. From 1913 to 1923, there were four abundant emissions of liquid sulphur from the fumaroles on the outside of the cone. Near the sea-crags of Porto di Levante there is another fumarole area among the remains of an ancient volcanic edifice that has largely collapsed. In 1915, some short-lived fumaroles formed around a lava flow at Lentia. Up until the nineteenth century, there was solfataric activity in the three crater funnels of Vulcanello, but this is now totally extinct. In the fumarole area at Porto di Levante, some interesting phenomena can be observed. In some parts, the earth is covered with a layer of chalky silicone that is fractured by thin spirals. At the entry point, there are small cones from which gas whistles out. In the nearby marshland the mud is frequently spurted high in the air when the gases force a way out. During the summer months, the terrain is a carpet of various colours. This is due to the efflorescence (fumarole sublimations) of iron sulphate and aluminium. These features disappear when it rains. The gurgling of the waters around the sea crags and in front of the beaches is caused by underwater fumaroles. On the sea bed there are colloidal sulphur deposits in the form of thin filaments, which give the water a milky appearance. When the gas breaks out it generates a plethora of bubbles on the surface - a phenomenon that can be observed very clearly from the top of the crags when the sea is calm. At the beginning of the nineteenth century, the Bourbon general Nunziante began the sulphur and alum extraction industry on Vulcano and equipped the island with roadways and factories. In the second half of the century, a Scotsman called Stevenson bought the entire island and continued his predecessor’s work according to the criterion of rationality. A mule track led into the crater, where brick shelters were built for the labourers. The last big explosion hurled everything into the air. A thermal spring called Acqua di Bagno is located near the port and its waters have great therapeutic qualities. CURE TERMALI In atto non esiste uno stabilimento termale. Acque naturali e fanghi allo stato naturale per il trattamento di affezioni articolari croniche, subacute, degenerative, infiammatorie o dismetaboliche (artrite reumatoide, artrosi, poliartrite cronica primaria, gotta); affezioni infiammatorie subacute o croniche del sistema muscolare e nervoso periferico (nevriti tronculari, polinevriti, mialgie, sciatalgie); alcune affezioni ginecologiche; malattie della cute ad andamento cronicizzante (eczema secco, psoriasi, micosi cutanea, etc.). THE MUD CURE At the moment, there isn't any bathing establishment. Radioactive springs and natural mud for the treatment of chronic and acute, degenerative, infiammatory or dysmetabolic diseases of the articulation (rheumatoid arthritis, chronic poliarthrtis, gout); acute diseases of the muscular and periphery-nervous systems (neuritis, polyneurits, mialgia, sciatalgia); dermatological diseases (eczema, psoriasis and skyn mycosis, etc.).   
S P I A G G E La spiaggia per eccellenza e’ quella del porto di Ponente, formata anch’essa, come quella di Levante, a seguito della nascita di Vulcanello. Il fascino del paesaggio e’ ancora notevole, benché contaminato da recenti costruzioni. La sabbia di colore nero e’ sempre finissima, il mare incantevole. Molto suggestive e spettacolari sono le vicine cale del Formaggio e di Mastro Minico che si aprono a sud della spiaggia di Ponente, una di seguito all’altra. Le loro spiagge ciottolose si raggiungono con una breve passeggiata. Un tratto di costa impareggiabile per la sua bellezza e’ quello cha va dalla spiaggia di Ponente fino a capo Secco, con una serie di cale e promontori spettacolari. Dopo il promontorio di Testa Grossa si apre la grotta del Cavallo all’interno della quale si può andare con una piccola imbarcazione. Continuando il giro dell’isola si osservano i fianchi dell’antico vulcano primordiale, il faro e le poche case dell’approdo in disuso di Gelso. Si rientra a sud dal porto di Levante fiancheggiando dal mare il cratere della fossa.  
NELLA FUCINA DI VULCANO Per raggiungere la sommita' del cratere si impiega circa un’ora di cammino. Dal porto si segue a sinistra, per un breve tratto, la strada asfaltata provinciale per il Piano. Il sentiero ripido, ma abbastanza largo e comodo, con ampie volute risale i fianchi coperti di ginestra del vulcano. Il sentiero diventa un po' difficoltoso e scivoloso nella sua parte terminale a causa delle acque piovane che hanno scavato profondi solchi nel tufo rossiccio e friabile che caratterizza quelle altitudini. Giunti sul piano del cratere si può proseguire, verso destra, per raggiungere il suo punto più alto (391 m) seguendone i bordi. Da lassu' si ha una visione impressionante del sottostante cratere della Fossa, mentre l’orizzonte comprende la vista di Vulcanello e di Lipari. Affacciandosi verso nord si riconosce il cratere della Forgia Vecchia e il vicino Pietre Cotte (formatisi entrambi nel corso del XVIII secolo). Alla sinistra del punto di arrivo del sentiero vi e’ la zona fumarolica: un cartello avverte che e’ vietato avvicinarsi ulteriormente. Se la condizione lo permette, con cautela si possono osservare da vicino le fenditure da cui esce il gas, colorate al loro interno da mille tonalita'. Un sentiero conduce sul fondo del cratere: e’ veramente sconsigliabile scendere laggiu' perche’ puo' capitare che la depressione venga invasa dai fumi e non si abbia il tempo di ritornare indietro.  
I COLORI DELLE EOLIE A Nord-Est della Sicilia c'è un angolo di paradiso dove il mistero della natura si riflette per sette volte nelle acque di un mare purissimo. Si ha l'impressione di ammirare qualcosa che appartiene all'inizio del mondo: le sette isole dell'arcipelago delle Eolie emergono dal mare come sette immense schegge di terra lavica rappresa e ancorate agli abissi del mare. Le isole sono state esaltate e immortalate da scrittori e pittori e da grandi viaggiatori del passato come Dumas, l'arciduca Luigi Salvatore d'Austria (Luigi Salvatore d'Asburgo Lorena del ramo di Toscana), Deodat de Dolomieu, Spallanzani e altri ancora le hanno descritte in toni fantasiosi ed evocativi. La formazione delle sette isole è iniziata oltre 700.000 anni fa, e ad essa hanno contribuito gli innalzamenti del fondo marino dell'età quaternaria; ancora oggi, le Eolie rappresentano per gli studiosi un autentico libro aperto, un vitale laboratorio geologico dove l'evoluzione del nostro pianeta si può studiare in diretta. Il fuoco primigenio, la lotta antica tra gli elementi hanno creato un insieme vario di straordinari angoli costieri dove sono state generate grotte, scogliere, obelischi, faraglioni, lisce pareti, spiagge nere circondate da un mare pescoso ancora ai giorni nostri. Il suolo vulcanico è fertilissimo e tutte le isole un tempo erano ricoperte da boschi di leccio e quercia e da una macchia mediterranea impenetrabile che l'uomo, soprattutto negli ultimi due secoli, ha in gran parte sostituito con coltivazioni agricole. Le difficoltà di comunicazione del passato fra isole e terraferma imponevano, infatti, una totale autosufficienza alimentare, ciò che ha determinato la suddivisione del terreno coltivabile in campi, spesso realizzati con muretti a secco e terrazzamenti costruiti interamente a mano da generazioni di contadini. Oggi il paesaggio agricolo non ha più l'aspetto di un tempo e le piante di olivo, mandorlo, fico, cappero, vite che avevano preso il posto della macchia, sono notevolmente ridotte come realtà produttive. Si è però avvertita negli ultimi tempi una sensibile ripresa dell'agricoltura per iniziativa di privati cittadini che sono tornati a coltivare vigne abbandonate e a produrre vino, mentre altri confezionano artigianalmente conserve e prodotti sottolio. La lava creatrice delle sette isole sarebbe risultata indispensabile anche per l'edificazione delle più antiche case eoliane, quelle che ancora oggi caratterizzano il paesaggio; sono architetture essenziali, cubi affiancati orizzontalmente o verticalmente, a seconda delle esigenze del nucleo famigliare. Le aperture per l'accesso e la luce erano piccole e i muri molto spessi, per mantenere in inverno il calore sviluppato dalla cucina o da semplici bracieri e per avere fresco d'estate. Le fondamenta erano in blocchi di lava, le pareti in pietra pomice, e la pavimentazione delle terrazze in tufo. Ogni parte della costruzione era strettamente funzionale all'economia abitativa; così, ad esempio, il cosiddetto "astrico", ovvero il tetto a terrazzo, veniva utilizzato per raccogliere l'acqua piovana in sottostanti cisterne interrate a forma di uovo. L'ingresso dell'abitazione si apriva sul "bagghiu", un terrazzo coperto da un pergolato di vite o da cannizzi sostenuti da grossi pilastri cilindrici di pietrame intonacato, le "pulera". Lungo il "bagghiu" esisteva sempre un gradino di pietra rialzato per sedersi, presso cui si apriva l'imbocco della cisterna e, vicino, veniva posto il lavatoio. Ancora oggi nelle isole Eolie si incontrano paesaggi dall'equilibrio perfetto, dove si respira la serenità; i turisti sono attratti, come una volta gli scrittori e illustratori che le fecero conoscere al mondo, dagli straordinari scenari naturali e dalle numerose tracce del passato. È infatti possibile visitare i resti di antichi villaggi di capanne preistoriche, risalire i fianchi di vulcani attivi per osservarne da vicino le esplosioni, percorrere sentieri nella macchia che permettono di raggiungere angoli di selvaggia bellezza dove si incontrano ancora falchi, poiane e corvi imperiali, visitare vestigia antichissime e raccolte museali di livello mondiale. Le coste offrono poi escursioni in barca con visioni inaspettate di grotte, faraglioni, complesse scogliere, spiagge di finissima sabbia vulcanica. Ogni isola dell'arcipelago sta specializzando sempre di più la propria offerta turistica; Lipari, la maggiore, attrae numerosissimi visitatori italiani e stranieri per il grande patrimonio paesaggistico e culturale che offre e che, di solito, effettuano escursioni giornaliere nelle altre isole. Salina è invece consacrata ad un turismo famigliare e di coppia, che utilizza case di proprietà o d'affitto e piccoli alberghi romantici. Panarea, l'isola scelta dai vip italiani e stranieri che ne hanno restaurato le case, è vitale e accesa di colori e luci con le sue boutiques, gli alberghi e i locali notturni alla moda. Vulcano attira invece un turismo giovane e variopinto. Filicudi, più tranquilla, è per un turista che vuole stare appartato, lontano dalla folla, ma che non disdegna di potersi muovere in auto o in barca, che la sera ama ritrovare gli amici di ogni estate. Alicudi è un luogo davvero speciale, adatto solo per i puristi del turismo; su tutta l'isola non esistono strade o sentieri, solo un interminabile susseguirsi di scalini di pietra che si inerpicano sul fianco del cono vulcanico, collegando tra loro gruppi sparpagliati di autentiche case eoliane molto ben restaurate. Sull'isola non esiste altro che un piccolo ristorante e due negozi di alimentari ben forniti. Infine Stromboli, abitata da personaggi provenienti dalla Sicilia e da altre parti del mondo, che hanno deciso di vivere qui a stretto contatto con la natura.    
UNA STORIA ANTICHISSIMA La storia delle Eolie si identifica praticamente con quella di Lipari. I primi uomini vi giunsero nel Neolitico medio (fin dagli inizi del lV millennio a.C.) provenienti dalla Sicilia, a bordo di imbarcazioni rudimentali e fragili. Erano agricoltori, pastori, commercianti che lavoravano e decoravano la ceramica e affilavano sapientemente la selce: sulle isole avevano trovato l'ossidiana, il più prezioso minerale di quei tempi. L'ossidiana, durissima roccia vulcanica vetrosa, nera e rilucente, non viene prodotta da tutti i vulcani. Essa ha decretato uno straordinario sviluppo della civiltà neolitica nell'arcipelago, con la nascita di villaggi e l'intensificarsi di scambi commerciali via mare. Con l'ossidiana infatti si ricavavano richiestissimi utensili, raschiatoi, punte di freccia e lame meno resistenti della selce ma più dure. Ossidiana di Lipari è stata trovata in grande abbondanza nei villaggi neolitici della Sicilia e della penisola, ma ha pure raggiunto le coste della Francia meridionale e della Dalmazia. Altro prodotto vulcanico è la pomice, una varietà porosa dell'ossidiana, di cui ha la stessa composizione; ha un colore grigio biancastro ed è leggerissima al punto da galleggiare sull'acqua. Nella preistoria veniva impiegata soprattutto come pietra abrasiva sulla quale venivano rifiniti gli utensili. Oggi viene utilizzata come abrasivo industriale, come calcestruzzo e come isolante acustico. Le grandi miniere di pietra pomice che hanno sventrato e imbiancato i fianchi del monte Pilato hanno dato lavoro a generazioni di liparoti, ma l'attività estrattiva negli ultimi anni è in forte calo. Gli insediamenti più antichi sono stati individuati sugli altipiani del Castellaro Vecchio mentre, nei primi secoli del lV millennio a.C., si costituiva il primo nucleo abitativo sulla rocca del Castello di Lipari. Proprio nel periodo di massima espansione del commercio dell'ossidiana, quando il benessere economico raggiunto determina un aumento della popolazione, l'abitato si espande sul pianoro di contrada Diana, alla base della rocca del Castello. Alla fine del III millennio a.C., con l'inizio dell'età del Bronzo, giungono a Lipari e nelle Eolie nuovi gruppi etnici, garantendo un risveglio economico e civile. Questo risveglio è dovuto ai regolari contatti che si vennero a stabilire con i principati della Grecia micenea, i quali, con ardite navigazioni, esplorarono mari occidentali, alla ricerca di quelle materie prime che erano necessarie per la loro potenza e la loro sopravvivenza. Le isole vennero allora frequentate da genti micenee di stirpe eolica, già saldamente radicate a Metaponto e per le quali diventarono degli avamposti per il controllo delle vie commerciali attraversanti lo stretto di Messina. Da queste genti eoliche le isole trassero il nome che ancora conservano. Ad esse si riportano le leggende del mitico re Eolo, signore dei venti, citato nell'Odissea di Omero. Nel corso del XIII secolo a.C. nelle isole si insediarono, provenienti dalle coste della Campania, genti ausonie con le quali si connette la leggenda del re Liparo, da cui trasse nome la città. Spopolate alla fine del X secolo a.C., forse a causa di rivalità tra diverse genti per la supremazia marittima del basso Tirreno, le isole restarono per alcuni secoli pressoché deserte. Nella 50° Olimpiade (580-576 a.C.) Lipari venne colonizzata da un gruppo di Greci di stirpe dorica, di Cnido e di Rodi, comandati dall'eraclide Pentatlo, superstiti di un infelice tentativo di fondare una colonia sul sito dell'attuale Marsala. I nuovi coloni si trovarono innanzitutto nella necessità di difendersi dalle incursioni degli Etruschi (Tirreni). Dovettero quindi allestire una potente flotta, con la quale riportarono contro di loro grandi vittorie, assicurandosi la supremazia sul mare. Col bottino conquistato eressero, nel santuario di Apollo, a Delfi, splendidi monumenti votivi (in complesso oltre quaranta statue di bronzo), dei cui basamenti restano ancora testimonianze. Le navi liparesi dominavano il basso Tirreno e nel 393 a.C. intercettarono una nave romana che portava a Delfi un grande vaso d'oro rappresentante la decima parte del bottino della conquista di Veio. Ma il loro supremo magistrato Timasiteo lo fece restituire, trattandosi di un'offerta sacra al dio Apollo, che i Liparesi veneravano. Nel 427 a.C., durante la prima spedizione ateniese in Sicilia, sotto Lache, i Liparesi strinsero alleanza con i Siracusani, forse per la loro comune origine dorica. Subirono attacchi, come afferma Tucidide, da parte della flotta ateniese e reggina, ma senza gravi conseguenze. Nella spedizione cartaginese del 408-406 Lipari fu di nuovo in relazioni amichevoli con Siracusa. Venne perciò attaccata dal generale cartaginese Imilcone che, impadronitosi della città, estorse agli abitanti una indennità di 30 talenti. Partiti i Cartaginesi, Lipari tornò nel pieno godimento della sua indipendenza. Durante la dominazione di Dionisio il Vecchio, Lipari rimase al fianco di Siracusa e, successivamente, di Tindari. Nel 304 l'isola venne aggredita da Agatocle che le impose un tributo di 50 talenti, perduto durante la traversata verso la Sicilia, per una tempesta attribuita alla collera di Eolo. Successivamente Lipari cadde sotto il giogo cartaginese, nel quale si trovava quando scoppiò la prima guerra punica. Per i suoi eccellenti porti e per la sua posizione di alto valore strategico, l'arcipelago divenne una delle migliori stazioni navali cartaginesi. Nel 262 il console romano Cn. Cornelio Scipione, illudendosi di potersi impadronire agevolmente di Lipari, venne ivi bloccato da Annibale e catturato con tutta la sua squadra. Nel 258 Atilio Calatino cingeva Lipari di assedio. Nel 257 le acque delle Eolie furono teatro di un'accanita battaglia tra la flotta cartaginese e quella romana. Lipari fu conquistata dai Romani nel 252 a.C. Rasa al suolo con "inumane stragi" perse con l'indipendenza la prosperità economica. Iniziò per essa un periodo di grave decadenza. Continuò per altro a trarre vantaggi economici notevoli dall'industria dell'allume, che probabilmente fin dall'età del Bronzo si estraeva nell'isola di Vulcano, del quale Lipari aveva nel mondo antico il monopolio. Molto frequentate erano anche le eccellenti acque termali di Vulcano e di Lipari, che ebbero una notevole rinomanza anche nella Roma imperiale. Cicerone ricorda Lipari e parla dei soprusi che essa subì da parte di Verre. Le isole Eolie ebbero una grande importanza strategica durante la guerra civile tra Ottaviano e Sesto Pompeo. Lipari, fortificata da Sesto Pompeo, fu conquistata nel 36 a.C. da Grippa, ammiraglio di Ottaviano, che fece dell'isola di Vulcano la base della sua flotta per le operazioni che precedettero la battaglia navale di Milazzo e per il successivo sbarco in Sicilia. Lipari subì in questa occasione nuove devastazioni e nuovi disastri. Sembrerebbe che successivamente essa abbia potuto godere dello stato giuridico di municipium. Plinio la definì oppidum civium romanorum. Non abbiamo notizie relative a Lipari per tutta l'età imperiale romana (I-IV secolo d.C.). Sappiamo solo che l'imperatore Caracalla, dopo avere fatto uccidere il suocero Plauziano, vi relegò la moglie Plautilla e il cognato Plauzio che morirono in esilio. In età cristiana (forse dal IV secolo) Lipari fu sede vescovile e almeno fin dal VI secolo erano venerate nella sua cattedrale le reliquie dell'apostolo San Bartolomeo che, secondo le tradizioni tramandateci da scrittori bizantini, vi sarebbero giunte miracolosamente dall'Armenia. Nei secoli dell'alto Medioevo Lipari fu quindi meta di pellegrinaggi, che qui convenivano da paesi vicini e lontani. Intorno alle isole Eolie, in particolare a Lipari e a Vulcano, fiorisce, nell'alto Medioevo, una ricca e variopinta messe di tradizioni. Il cratere di Vulcano veniva considerato allora come la bocca dell'Inferno, in cui bruciavano le anime dei reprobi. È nota la leggenda raccontata da San Gregorio Magno dell'eremita che il giorno stesso della morte di Teodorico avrebbe visto l'anima del re goto gettata nel cratere da papa Giovanni e dal patrizio Simmaco, che egli aveva fatto uccidere. Altre leggende fiorirono intorno al santo vescovo Agatone e all'eremita San Calogero che liberava l'isola dai diavoli e faceva sgorgare le acque salutari, che portano il suo nome. Nell'alto Medioevo si ebbe un improvviso risveglio (dopo molti decenni di quiescenza) dell'attività vulcanica nell'isola di Lipari. Si aprirono allora il nuovo cratere del monte Pelato, che eruttò immense masse di pomici, e quello, più vicino alla città, della Pirrera, che eruttò una colata di ossidiana. Nell'839 Lipari fu aggredita e distrutta da un'incursione di musulmani, che massacrarono e deportarono in schiavitù la popolazione e profanarono le reliquie di San Bartolomeo. Queste, piamente raccolte da alcuni vecchi monaci scampati all'eccidio, furono l'anno seguente trasportate a Salerno e di li a Benevento. Lipari rimase per alcuni secoli quasi totalmente deserta, fino alla riconquista della Sicilia da parte dei Normanni, che nel 1083 installarono a Lipari l'abate Ambrogio con un nucleo di monaci benedettini. Intorno al monastero, di cui restano vestigia a fianco della cattedrale, tornò a formarsi un nucleo urbano. Nel 1131 fu ricostituita la sede vescovile di Lipari unita a quella di Patti. Roberto I re di Napoli, nel 1340, si impadronì di Lipari. Nel 1540 la città fu saccheggiata dal feroce corsaro Ariadeno Barbarossa, che portò via gli infelici abitanti, come schiavi. Lipari venne successivamente riedificata e ripopolata da Carlo V e da allora seguì le sorti della Sicilia e del reame di Napoli.       
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