SCICLI - Madonna delle Milizie
Inizia ultimo sabato di maggio e termina la domenica
La prima fonte scritta che ci parla della "sacra rappresentazione" della battaglia tra cristiani ed infedeli risale alla fine del 1400 ed è, ancora una volta, costituita dalla Memoria del sacerdote Di Lorenzo. In questa memoria, infatti si parla della grande devozione del popolo di Scicli, il quale ogni anno "fa la fexta cum la fincta bactalia". Ad avere studiato in questi anni con grande attenzione e competenza la festa è stato lo studioso Paolo Militello. "Ab antiquo il luogo della festa fu...la spiaggia di Donnalucata. Li sbarcavano da varie scialupe i marinai dei due scali di Sampieri e Donnalucata...
...A poco a poco il luogo della battaglia si scelse sempre più vicino all'abitato e ora (fine '800) lo scontro si prepara nel piano dell'Oliveto fuori il limite meridionale della città". All'inizio del Settecento, secondo quanto ricostruisce Paolo Militello, è datato il primo mandato della contabilità comunale, "per la festa da celebrare nel sabato di Lazzaro, per la rinnovazione della memoria che si fa ogni anno, quando nostra Signora comparve, visibilmente, a cavallo, e concultò "Belcane", con tutti li saracini". Nel 1736 il miracolo della vergine a cavallo venne ufficialmente riconosciuto dalla chiesa con decreto di papa Clemente XII. Al 1819 risale un'àpoca (una quietanza) del notaio Antonino Emmolo, dove si trova indicata la spesa per "clarinetti, trombe, tamburi, 17 soldati urbani, capo militare, sergente e sei soldati, cartocci dei milizziotti, trabucco, ragazzo che cantò lodi, vino per i marinai, che lortarono la statua due volte".


Dalla fine dell'Ottocento le descrizioni della festa si fanno molto più numerose, anche per l'interesse suscitato in molti studiosi di tradizioni popolari (soprattutto Vigo, Pitrè, e Guastella). Ma qual era svolgimento della festa all'inizio del Novecento? Ecco la descrizione fornita da Concetta Cataudella nel 1919: "Ogni anno, quindici giorni prima di Pasqua, si fa la festa della Madonna della Milizie. In questa festa popolare importante sono tradizionali tre giorni di fiera... Nel pomeriggio del sabato su di un'antica barca a vela, posta su ruote, si avvicina alla Matrice Belcane con un manipolo di uomini travestiti da turchi e armati di sciabole e tromboni.
Nel punto opposto della Matrice trovasi Ruggiero di Altavilla, col suo stato maggiore ed alcuni soldati Cristiani armati di sciabole e fucili, preceduti da una bandiera nazionale. Spari, fumi, grida! Esce dalla Chiesa l'artistica statua della Madonna delle Milizie. All'apparizione della Madonna suonano a festa le campane; Turchi e cristiani sparano; Belcane ed i suoi con la bandiera turca scappano. La Madonna gira il paese; al piano Oliveto si ferma. Ritto su di un palco di legno sta Belcane col suo stato maggiore. [Segue l'alterco tra San Ruggiero e Belcane]. Arriva la Madonna; i Turchi fuggono, i cristiani sparano e l'inseguono.
La madonna giunge sotto un'antenna mobile di legno... che porta ai fianchi ed alla sommità parecchi angeli di legno verniciato. L'antenna si abbassa, gira intorno, gli angeli si muovono e salutano Maria. La musica intona la marcia reale, l'antenna si alza e si fissa. Un giovinetto vestito da angelo sale sul palco, base dell'antenna, e, con voce caratteristica, lenta, patetica, sentimentale canta... l'inno di ringraziamento alla Madonna". Non mancavano particolari che rendevano colorita la sacra rappresentazione. Ad esempio fino alla fine del Settecento (e, forse, fino ai primi dell'Ottocento) in cima all'antenna "anzichè angeli di cartapesta venivano collocati alcuni "gittatelli" [bambini abbandonati] nati da pochi giorni, che forniva il locale brefotrofio. Lo spettacolo, barbaro ed inumano, si ripeteva anche in altre feste, religiose o no" (M. Pluchinotta, Memorie di Scicli, 1932). Purtroppo qualcuno di questi bambini, sospesi all'asse girevole, qualche volta ci moriva. Un altro aspetto caratteristico era costituito dai costumi utilizzati dagli attori: "I Normanni a volte non [erano] che pochi volenterosi vestiti alla meno peggio... a capo dei quali sta[va] sempre un Gran Conte Ruggiero con una vecchia uniforme di musicante o di guardia municipale, schiacciato sotto un elmo del reggimento di cavalleria Real Palermo di borbonica memoria". I Turchi un tempo erano i pescatori di Sampieri e di Donnalucata, guidati da un maestoso Belcane con in bocca una pipa monumentale. Un anno, però, Belcane "aveva tanto pochi Turchi nella sua [barca] che, non sapendo come meglio ma riempirla, vestì le donne di casa sua da odalische e scese a Scicli con tutto l'harem". Nel dialogo fra Ruggero e Belcane, inoltre, non mancavano allusioni politiche e battute suggerite dai fatti del giorno. Era come assistere ad una "pasquinata": nel 1900, per esempio, si udì l'emiro Belcane parlare al Conte Ruggero di Garibaldi e dei moti di Milano e del 1898; un altro anno, invece "Belcane prese a gettare sulla folla, assiepata attorno al palco, manciate di carrubbe, quasi fossero "chiappe" di tabacco, per dimostrare l'abbondanza di cui avrebbero goduto i Siciliani sotto il suo Governo. Chiara allusione satirica al Governo piemontese, che aveva istituito il monopolio dei tabacchi".

Negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali la leggenda sembra subire un altro processo di "attualizzazione". Nel nuovo clima socio-culturale nasce la figura dell'eremita che cerca di fare da mediatore di pace fra i due contendenti: senza dubbio tale personaggio risente l'influenza dei tempi che viviamo, in cui gli orrori delle guerre passate destano vivo negli uomini il desiderio di scongiurarle, invocando pacifiche soluzioni nel contrasto tra i popoli. E' questa, dunque, la dimostrazione della capacità del mito di "attualizzarsi", configurandosi come un "sistema aperto": saldamente ancorato alla realtà socio-politica che lo esprime, ma anche capace di adeguarsi ad essa senza perdere la sua autonomia.
La Festa di San Giuseppe:
Notizie :
Questa festa si tramanda da 120 anni. Nella nostra citta' i primi organizzatori provenivano da salemi e furono: Rubino Antonino , Palermo Giuseppe e FerroviaTommaso.
Essi uscivano col mulo e giravano da casa in casa per chiedere le offerte necessarie all'organizzazione della festa. Ricevevano come offerta soprattutto orzo e frumento.
Le donne della contrada preparavano 100 tipiche pietanze diverse, dolci e salate (frittate, cuscus. pasta al forno, dolci....), da offrire a pranzo , il giorno di San Giuseppe a tre poverelli.
Cio' che rimaneva delle pietanze veniva dato in beneficenza .
Durante la festa gli organizzatori invitavano i " pulisiaturi". Queste persone recitavano una poesia in rima per ogni pietanza allietando la giornata. Ancora oggi in alcune zone del nostro territorio e' vivo l'uso di questa tradizione (Bufalata,Paoline...).
Inoltre e' usanza per San Giuseppe preparare dei pani intrecciati che possono essere benedetti in chiesa e distribuiti in onore di San Giuseppe
Festa di San Giuseppe
19 marzo- Scicli (Ragusa)
A Scicli, una cittadina posta a sud di Ragusa, la festa di san Giuseppe vanta un’antica tradizione nella quale si inserisce la “Cavalcata di Scicli”, la cui antica tradizione trova origine dalla devozione verso il Santo e dalla rievocazione delle fuga in Egitto raccontata nel Vangelo. Fase molto importante della Cavalcata è la preparazione del mantello col quale verrà bardato il cavallo o il mulo che prenderà parte alla gara. I mantelli sono realizzati interamente con violeciocche, tipici fiori che nascono selvatici un po’ in tutta la zona ed i singoli fiori sono cuciti uno ad uno dai devoti cittadini. I cavalli sono accompagnati da cavalieri, anche loro in costume, e giudicati da una giuria che nomina il vincitore in base alla bellezza del mantello e del costume. Assegnati i premi inizia la festa vera e propria con la processione preceduta da un quadro vivente della sacra famiglia che si snoda lungo le vie del centro. Il sacro so mischia al profano in un clima davvero unico.
Tortorici (Me)
12 gennaio
Sagra dell'alloro
Processione dell'alloro. Si svolge la domenica precedente il 20 gennaio in ricordo del primo martirio di San Sebastiano, quando venne legato ad un albero di alloro. Dalle 72 borgate, nel mattino, i devoti convergono in Piazza Municipio, portando sulle spalle fronzuti alberi di alloro addobbati con nastri, bacche, pungitopo, arance e mandarini. Quindi, preceduti dal suono degli zampognari in antico costume, da lì partiranno in numero di 300 o anche 400 per giungere alla Chiesa del Santo.
Tortorici (Me)
20 gennaio / 27 gennaio
La festa nata dal diluviu
La festa di San Sebastiano a Tortorici è antica e ricca di tradizioni. Le sue origini si fanno risalire al cosiddetto diluviu, ossia all'alluvione del 1682: un impetuoso fiume di fango si riversò sul paese distruggendo quanto incontrava sul suo passaggio.
Trascinò via anche la campana della chiesa di San Nicolò, di cui non si seppe più nulla Fin quando due pellegrini di ritorno da Roma, giunti al torrente Calagni, nei pressi del paese, furono trattenuti da una forza misteriosa. Presero a urlare disperati, accorse gente e si compì il prodigio: sul greto del corso d'acqua si spalancò una voragine e, in fondo a essa, apparve – intatta – la campana scomparsa nel diliviu.
I due pellegrini caddero allora in ginocchio e, in lacrime, confessarono ai tortoriciani di aver rubato, a Roma, le reliquie di San Sebastiano. Questo divenne dunque il patrono del paese, e ancor oggi fino al torrente si spinge la processione del simulacro del Santo, portato in spalla fedeli in abito bianco, detti "nudi" perché a piedi scalzi.
La festa tortoriciana è una delle più belle tra quelle che nell'intera Sicilia (per esempio Acireale, Mistretta, Avola, Melilli e Cerami) si dedicano a San Sebastiano. E non solo perché ha "figliato" quella di Maniace. A Tortorici si assiste infatti a un interessante intreccio tra sacro e profano.
Una settimana prima della festa qui si svolge infatti la cosiddetta bura, un falò di infiorescenze d'amplelodesmo (pianta sacra ai defunti) su cui i giovanetti saltano come prova di virilità.
La domenica prima della processione del Santo si svolge poi la cosiddetta "festa d'u 'ddauru" che ha come protagonisti non solo i rami d'alloro infiocchettati di nastri rossi, ma anche tralci di darifogghiu, l'agrifoglio, altra pianta sacra a Sammastianu e abbondante sui Nebrodi.
E vi è infine la festa vera e propria, molto sentita dai tortoriciani che ricordano il loro Santo in alcuni versi popolari:
Oh Sammastianu, cavaleri 'ranni
Cavaleri di Diu senza malanni
Quannu fu 'ssicutatu de' tiranni
Sutta 'n peri d'addauru si mantinni
Calàru l'ancileddi ccu' li parmi
E dissiru: "Mmastianu, 'cchianatinni!
Lassici l'oru, la sita e li panni:
La grazia di lu Cielu 'n terra scinni".
Tra le curiosità della festa tortoriciana la cosiddetta fuitina d'a vara, che secondo alcuni si ricollega all'episodio leggendario dei ladri di reliquie citato in precedenza. Vi sono poi, durante i vespuri, la benedizione dei panitti, pani votivi intitolati al Santo. Il giorno della festa, infine, dopo l'offerta votiva di un vitellino adorno di coloratissimi nastri - he vien fatto inginocchiare davanti al simulacro di Sammastianu come per consegnarlo al Santo –, a mezzogiorno, comincia la processione dei "nudi" (i fedeli in realtà non sono propriamente nudi, ma soltanto a piedi scalzi), che, come detto, giunge fino al torrente Calagni.
Il Santo poi si muove di casa in casa per una questua in cui si raccolgono anche molte offerte in natura. Sammastianu viene poi lasciato a riposare, fino all'ottava, nella chiesa di San Nicolò. La festa si concluderà solo il lunedì dopo l'ottava, con una messa di ringraziamento nella chiesa di Santa Emerenziana.
Dopodichè il simulacro del Santo tornerà a riposare nella Matrice.
Maniace (Ct)
20 gennaio / 27 gennaio
Il Santo delle Contrade
La festa del Comune in provincia di Catania è modellata su quella di Tortorici, nel Messinese. Da li infatti provenivano i coloni che venivano a lavorare nelle terre della Ducea di Nelson
A Maniace, San Sebastiano viene festeggiato il 20 di gennaio, così come anche ad Acireale, Tortorici e Mistretta. Ma in altri paesi di cui il Santo è patrono, come Avola, Melilli e Cerami, la festa si svolge in altri periodi dell'anno.
Il 20 di gennaio - del 228 - è però il giorno in cui, come tramanda la Depositio Martyrum, San Sebastiano, cavaliere romano, dopo il suo rifiuto di abiurare la fede cristiana, per ordine dell'imperatore Diocleziano venne ucciso con colpi di bastone.
A quest'affermazione molti obietteranno che il Santo fu martirizzato con le frecce (tante, tramandano le cronache, da farlo sembrare "un riccio"), e in effetti l'iconografia classica ci rimanda l'immagine di un giovinetto - in molti casi bene in carne, secondo gli stilemi canoviani - legato a un albero e con l'espressione estatica nonostante sia trafitto da numerosi dardi.
Fu davvero quello il primo martirio di Sebastiano. Ma alle ferite delle frecce il cavaliere sopravvisse, e si ripresentò a Diocleziano, nel tentativo di convertirlo. Nuovamente arrestato fu condotto nell'ippodromo del Palatino e ucciso a bastonate.
Il corpo venne poi gettato nella cloaca massima e recuperato dai cristiani dopo che Sebastiano - apparso in sogno alla matrona Lucina - aveva dato indicazioni per ritrovarlo. Le spoglie del Santo furono infine deposte nelle catacombe della via Appia dove già si trovavano, dal 258, le reliquie dei Santi apostoli Pietro e Paolo.
San Sebastiano è il patrono di Maniace perché "importato" da Tortorici - da quel paese i contadini scavalcavano le montagne per venire a lavorare nella Ducea di Nelson - ma l'indole del Santo Trafitto, nella visione popolare, è molto simile a quella dei maniacesi.
Gente capace di soffrire, che ha saputo sopportare con fede e dignità un dominio oppressivo: qui il Medioevo finì solo nel 1981, con la vendita delle terre del feudo ai contadini e del castello al comune di Bronte.
Ecco perché i maniacesi si identificano con il "loro" San Sebastiano. Il primo simulacro, piccolo, fu acquistato nel 1937, anno in cui la festa di San Sebastiano si "stabilizzò" a Maniace (prima chi lavorava nella Ducea andava a piedi fino a Tortorici per assistere alle celebrazioni), ed è ora conservato all'interno della chiesa nuova. Il secondo, ben più grande e conservato nella Matrice all'interno del Castello di Nelson, è degli anni Settanta.
Quest'ultima statua rimanda sì l'immagine dell'iconografia classica - un giovane legato con le mani dietro la schiena a un albero d'alloro (la sua pianta sacra), e trafitto da numerose frecce - ma, al contrario di tanti altri Sammastiani, siciliani e non, ben poco ha della mollezza canoviana cui facevamo cenno prima. Quello di Maniace è secco, nerboruto, scuro. Non ieratico, ma con il volto sofferente, la bocca aperta come in un urlo muto. Ma determinato a non rinnegare la fede nonostante il dolore per i dardi che lo colpiscono.
Dal 1937, dunque, la festa tortoriciana venne ripresa a Maniace. I suoi riti non differivano da quelli della celebrazione originaria: una settimana prima nella chiesa di Santa Maria di Maniace sono condotti per la benedizione i rametti d'addauru (alloro) e di darifogghiu (agrifoglio), mentre il 19 gennaio una processione illuminata da fiaccole si dipana per il paese e in chiesa si cantano i vèspuri e si distribuiscono i panuzzi 'i Sammastianu benedetti.
Messa e processione (con offerta dei doni al Santo, quasi sempre vitellini, ma anche ceri e, un tempo, denaro contante) anche il 20. Con il fercolo che, portato in spalla dai nudi, compie veloci evoluzioni prima all'interno della Matrice, poi attorno alla croce celtica in pietra lavica nel cortile del Castello. E infine si lancia in una corsa per le tante borgate del paese, fermandosi in particolare davanti alle case degli ammalati. Per ricordare come il cavaliere romano diventato Santo, in vita avesse scelto la missione di portare consolazione ai derelitti.
Non basterà però un giorno a raggiungerle tutte, le borgate del paese: si continuerà per l'ottava.
E sarà di nuovo festa grande.
Acireale (Ct)
20 gennaio / 27 gennaio
San Sebastiano, Carnevale e... primavera
Il Santo che "nesci nudu e si cogghi 'u friddu", compatrono della città insieme a Santa Venera, è il messaggero della primavera e anche di quella festa del Re Burlone pronta a colorare il febbraio acese
Compatrono di Acireale con Santa Venera è quel San Sebastiano cui è intitolato uno dei più bei templi barocchi dell'intera Sicilia orientale. La festa del Santo, il 20 gennaio, vede sempre una notevolissima partecipazione di fedeli, in particolare della frazione marinara di Santa Maria La Scala: scalzi, con fascia rossa e fazzoletto in testa, nonostante il freddo pungente che in quel periodo solitamente si abbatte sulla altrimenti tiepida Riviera dei Limoni.
Si dice anzi che il Santo – raffigurato come nell'iconografia classica coperto solo da un telo ai fianchi e trafitto da numerose frecce - "nesci nudu e si cogghi 'u friddu" . Come se, insomma, tra festa e ottava, in una sola settimana dunque, fosse racchiuso il tempo che divide l'inverno dalla primavera.
Così il simulacro di San Sebastiano, nella sua corsa (folle, come vedremo in seguito) tra le vie di quella straordinaria città d'arte che è Acireale, raccatterebbe tutto il freddo residuo del periodo invernale per portarlo via con sé. Dando così la possibilità al sole di fine gennaio di riscaldare le basole laviche e le ossa dei vecchietti che si danno convegno sulle panchine del cinc'oro, come viene chiamata – per la forma che ricorda la carta da gioco – la piazza del Duomo acese.
Ma torniamo alla festa vera e propria: come detto sono in migliaia, ogni anno, i fedeli che si affollano davanti alla Basilica di San Sebastiano in attesa dell'uscita del fercolo con il simulacro del Rizzareddu.
Il ricciutello in questione è proprio Sammastianu, uno tra i più popolari martiri di ogni tempo. Sebastiano, nato a Narbona, in Gallia, da famiglia cristiana, crebbe a Milano e divenne Cavaliere nell'esercito Romano. Si convertì alla fede cristiana e si dedicò in particolare alla consolazione degli ammalati e dei carcerati.
Durante la persecuzione di Diocleziano, nel 288, fu fatto uccidere con colpi di mazza (prima era sopravvissuto al martirio con le frecce) e sepolto nelle catacombe romane – nella zona in cui sarebbe sorto il tempio di San Sebastiano fuori le mura - accanto a San Pietro e a quel San Paolo che diverrà suo "rivale" in molti paesi siciliani.
Sì, perché – soprattutto nel Siracusano – le dispute tra Sammastianari e Sampaulari erano un tempo molto accese. Ma non è questo il caso di Acireale, città in cui il culto di Sebastiano è unico e sentito sin dal Cinquecento, quando – tradizione vuole – salvò la città da una terribile epidemia di peste.
Ma ogni anno, sia per la festa che per l'ottava, Sammastianu compie ad Acireale migliaia di miracoli salvando la vita a tutti quei fedeli impegnati in uno strano sport: gettarsi sotto il fercolo lanciato dai portatori alla massima velocità da piazza Duomo lungo la via Cavour su fino alla Porta Cusmana e alla stazione ferroviaria. Per poi far rientro nella splendida basilica barocca che lo ospita per tutto l'anno.
Come si vedrà, dunque, non solo la festa acese ha caratteristiche ben diverse rispetto a quelle – per esempio – di Tortorici e Maniace. La veloce corsa per affollatissime strade assomiglia quasi a una virile impresa sportiva, niente a che vedere con la dolce passeggiata maniacese per andare a trovare i malati. La stessa considerazione che si ha del Santo è diversa: ad Aci non è certo l'agnello sacrificale, il morbido fanciullo che per la sua fede si lascia trafiggere da mille frecce.
Nell'idea che i fedeli acesi hanno del loro Sammastianu questo torna a essere il Cavaliere di Roma, forte e intrepido. Un guerriero, come San Paolo. Che solo in forza della fede nel Dio d'amore abbandona la violenza.
Nella festa acese c'è poi – come in quella di Sant'Agata a Catania – una venatura carnevalesca: tant'è che ad Acireale si usa dire " Sammastianu, maschiri 'n chianu", ovvero, "San Sebastiano, maschere in piazza".
Solarino (Sr)
25 gennaio
Paolo, Santo molto... Sularinu
Il patrono San Paolo, a Solarino, si festeggia per due volte all'anno: il 25 di gennaio - data in cui si ricorda la conversione dell'apostolo - e nella prima domenica d'agosto, quando si corre anche un "palio"
Il patrono San Paolo, a Solarino, si festeggia per due volte all'anno: il 25 di gennaio – data in cui si ricorda la conversione dell'apostolo, illustrata in una tela di pregevole fattura all'altar maggiore della Matrice - e nella prima domenica d'agosto.
Per chi si dovesse chiedere come mai San Paolo sia patrono di così tanti centri del Siracusano, risponderemo che, secondo alcune fonti, l'apostolo sarebbe sbarcato a Siracusa per fondarvi la prima chiesa d'Occidente. Con ciò si motiverebbe, tra l'altro, la presenza nella città aretusea di catacombe seconde soltanto a quelle di Roma.
Vi è poi una leggenda – ma per alcuni, come spesso avviene, è realtà storica - secondo cui, San Paolo, nel suo viaggio dall'Egitto a Roma prigioniero dell'esercito dei Cesari, si sarebbe fermato al "Pozzo della chiesa", villaggio, poi abbandonato a causa di un'epidemia di malaria, che rappresentava il nucleo originario dell'attuale Solarino, sorta nel diciottesimo secolo.
L'esistenza di questo villaggio, ormai ridotto a poche rovine, è testimoniata anche da alcune fonti storiche, come un testo scritto nel sedicesimo secolo da padre Ottavio Caietani , che affermava: "....nel fondo chiamato Solarino vi è una Chiesa, insignita del titolo di San Paolo Apostolo, la cui architettura è veramente antica e nella quale si viene a visitare un pozzo...".
Per quanto riguarda poi il paese, nato come detto nel diciottesimo secolo, divenne comune autonomo il 20 dicembre del 1827. Allora aveva nel nome il nome del patrono, tant'è che nel decreto firmato da Francesco primo, si leggeva che "il comunello di San Paolo Solarino" veniva autorizzato "di cessare di far parte del comune capovalle di Siracusa per costituirsi in Comune particolare dello stesso nome".
Per chi, poi, si chiedesse cosa significhi Solarino, occorrerà rispondere che dovrebbe trattarsi di un'aggettivazione dialettale corrispondente al termine italiano "solitario".
Parecchi studiosi locali hanno però rifiutato quest'interpretazione preferendo tradurre sularinu (o salarinu, come spesso pronunciano gli abitanti del paese) con "assolato", "solatìo".
Quest'interpretazione, peraltro, collimerebbe meglio con l'immagine di San Paolo, che, non certo solitario (alla sua festa partecipano migliaia di fedeli), viene rappresentato, secondo l'iconografia classica di questa parte dell'isola, come decisamente abbronzato.
Questo San Paulu sularinu (che intendiamo dunque scuro, cotto dal sole) poi, ha alla destra una spada. E tiene sul petto la mano sinistra, quasi a giurar fedeltà ai fedeli. Sotto il piede, schiaccia il serpente, simbolo del male. Ma l'immagine ci rimanda anche ai cirauli, gli incantatori che un tempo affollavano la festa.
Questa, oggi colma di sentimenti religiosi, fino a qualche decennio fa perpetrava riti autolesionistici poi vietati dalla Chiesa. I penitenti, per esempio, per adempiere al voto contratto, percorrono la Matrice in ginocchio.
Qualcuno tenta ancora di perpetrare l'usanza del lingere terram, cioè di strisciare la lingua sul pavimento dall'ingresso della chiesa fino all'altar maggiore. Ma c'è chi vigila affinchè questa barbara tradizione – l'espressione dialettale per definirla è fari 'a lingua a strascinuni – non venga ripetuta.
Di particolare interesse è poi la processione della statua del santo per le vie del Paese, con i devoti a inneggiare al Patrono.
Carnevale Acireale
Vi siete mai chiesti come mai da oltre mezzo secolo il Carnevale di Acireale venga definito "il più bello della Sicilia"? Certo, se avete questo dubbio, non avete mai visto le grandiose sfilate dei carri allegorici lungo le strade di quel gioiello barocco che è Aci, la reale.
E dire che la tradizione dei carri allegorici è relativamente recente. Data infatti agli anni Trenta del secolo appena trascorso. Ma le origini del Carnevale acese sono ben più antiche. Risalgono infatti al Seicento, quando il popolo si divertiva a scatenarsi, in quel periodo franco prima delle penitenze della Quaresima, con grandiose battaglie con colpi d'uova e ortaggi andati a male.
Nel secolo successivo la tradizione continuò, ma se ne aggiunse un'altra, quella dei poeti popolari che improvvisavano rime, sfidandosi in singolari duelli per le strade della città durante il periodo carnevalesco. Erano i coriddetti "abbatazzi", che spesso recitavano quegli scurrili "testamenti" della tradizione popolare siciliana.
Nell'Ottocento, poi, la festa di Carnevale acese acquistò una caratteristica che mantiene ancor oggi: la sfilata. Non si trattava di carri allegorici, allora, ma di carrozze nobiliari, i cosiddetti landò, ornate di magnifici fiori. E dai landò i maggiorenti della città, in abiti sontuosi e a volte mascherati, lanciavano al volgo – come i moderni coriandoli – manciate di confetti e , qualche volta, anche monete.
Il popolo aveva poi la possibilità di divertirsi con i tradizionali giochi carnevaleschi: sfide a chi mangiava più spaghetti o beveva più vino, alberi di cuccagna scivolosi di strutto di maiale da scalare, gare di scioglilingua – i cosiddetti "miniminagghi" - , o di tiro alla fune, o di … poesia (in realtà si trattava di sfide in versi, di solito piuttosto piccanti).
La definitiva svolta, come detto, si ebbe negli anni Venti e Trenta del secolo scorso: le maschere di cartapesta diventarono sempre più grandi e complicate fino a mutarsi in veri e propri carri allegorici. Questi, trainati da buoi e contornati da gruppi mascherati impegnati in sfrenate danze, satirici in movimento, sfilavano in corteo lungo il corso insieme con i primi carri infiorati, che sostituirono i landò nobiliari del secolo precedente.
Da allora il Carnevale di Acireale è diventato sempre più grande, divertente, ricco. Tra le tappe della sua crescita vanno ricordati l'inserimento, nel 1965, nel calendario delle manifestazioni allestite dall'Assessorato Regionale al Turismo.
Sagra del "maiorchino"
(M30 gennaio / 8 febbraio - settimana di Carnevale
Novara di Sicilia (Me)
Durante la "maiorchina" di Novara si fa ruzzolare il formaggio per strada (sarà per questo che gli hanno dato la forma rotonda?).
Il maiorchino e' un pecorino. Il latte viene riscaldato fino a 60 gradi. Poi si versa il caglio e si ricopre con pelle di pecora. Successivamente si mescola. Quindi si rimette al fuoco fino ad arrivare a 100 gradi. Poi si impasta e si pone il prodotto in una forma rotonda di legno; dopo una non semplice operazione di bucherellatura per fare uscire il siero si mette a maturare. Lo si sala periodicamente, lo si olia...E' una lunga preparazione.